Pubblicità del gioco online, Corte UE: quando una piattaforma può perdere il safe harbour

Un hosting provider può beneficiare dell’esenzione di responsabilità per i contenuti caricati dagli utenti solo quando il suo ruolo resta realmente neutrale.
È uno dei punti centrali della sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea nella causa C‑421/24, AGCOM contro Google Ireland, ora entrata anche nella documentazione parlamentare italiana come Doc. XIX, n. 133.
La pronuncia, adottata dalla Seconda Sezione della Corte il 16 luglio 2026, riguarda la pubblicità del gioco d’azzardo online e il regime di responsabilità delle piattaforme che ospitano contenuti prodotti da terzi.
Dal provvedimento AGCOM al rinvio alla Corte UE
La controversia nasce da un provvedimento del luglio 2022 con cui AGCOM aveva applicato a Google Ireland una sanzione di 750.000 euro, ordinando inoltre la rimozione da YouTube di contenuti che promuovevano siti di gioco online in violazione della normativa italiana.
I video erano stati pubblicati da un creator legato a Google attraverso una partnership commerciale che prevedeva anche la condivisione dei ricavi pubblicitari.
Prima della conclusione dell’accordo, la piattaforma aveva esaminato elementi quali il tema del canale, i video più visualizzati o più recenti e i relativi metadati.
Google aveva contestato il provvedimento sostenendo di operare come hosting provider e di poter quindi beneficiare del regime di esenzione dalla responsabilità previsto dalla normativa europea sul commercio elettronico.
La controversia è infine arrivata al Consiglio di Stato, che ha sottoposto alla Corte di giustizia UE le questioni interpretative.
Gioco d’azzardo escluso dalla direttiva, ma non automaticamente l’hosting
Un primo passaggio della sentenza chiarisce un punto particolarmente importante.
La direttiva europea sul commercio elettronico esclude dal proprio ambito di armonizzazione le attività di gioco d’azzardo. Questo, però, non significa che qualsiasi servizio digitale che ospiti contenuti relativi al gioco sia automaticamente escluso.
Secondo la Corte, l’attività di hosting online consiste nella memorizzazione neutrale di contenuti forniti dagli utenti e non è, per sua natura, intrinsecamente collegata all’attività di gioco.
Di conseguenza, anche l’hosting di contenuti pubblicitari relativi al gambling può rientrare nel quadro europeo applicabile ai servizi della società dell’informazione.
Il punto decisivo: quanto è davvero neutrale la piattaforma?
È qui che la pronuncia assume particolare interesse per l’ecosistema digitale.
Per beneficiare del cosiddetto safe harbour, l’hosting provider deve svolgere un’attività essenzialmente tecnica, automatica e passiva, senza conoscenza o controllo delle informazioni memorizzate.
La situazione può cambiare quando tra piattaforma e creator esiste una relazione commerciale più strutturata.
La Corte osserva che l’esame del tema principale di un canale, dei video maggiormente visualizzati o più recenti e dei relativi metadati, effettuato nell’ambito di una partnership commerciale, può consentire alla piattaforma di acquisire una conoscenza concreta del contenuto essenziale pubblicato dal creator.
In quel caso non è più automatico qualificare il servizio come semplice intermediario neutrale ai fini dell’esenzione di responsabilità.
La Corte UE non ha però condannato definitivamente Google
Questo passaggio deve essere letto con precisione.
La Corte di giustizia non decide direttamente la controversia nazionale e non stabilisce in via definitiva la responsabilità di Google.
Spetta al giudice italiano verificare se, alla luce della partnership commerciale e delle attività effettivamente svolte dalla piattaforma, Google potesse ragionevolmente ignorare che il canale fosse incentrato sul gioco d’azzardo e contenesse materiale promozionale vietato dalla normativa italiana.
La pronuncia fornisce quindi il criterio interpretativo che il giudice nazionale dovrà applicare.
Ed è precisamente questo criterio a rendere il caso rilevante oltre la singola controversia.
Creator, affiliazioni e monetizzazione: cosa cambia sul piano operativo
Per il mercato del gioco online il tema non riguarda soltanto YouTube.
Le attività digitali degli operatori passano oggi attraverso una rete molto più ampia composta da piattaforme, publisher, creator, affiliati, comparatori, concessionari e fornitori tecnologici.
Il principio che emerge dalla sentenza può quindi diventare un riferimento importante quando il soggetto che ospita il contenuto non si limita tecnicamente alla sua memorizzazione, ma entra in un rapporto più profondo con chi lo produce.
La catena da analizzare diventa:
CREATOR → PARTNERSHIP → MONETIZZAZIONE → CONTENT REVIEW → CONOSCENZA → RESPONSABILITÀ
Non è dunque la sola presenza di un contratto commerciale a determinare automaticamente la responsabilità.
Diventa centrale comprendere quanto controllo e quanta conoscenza del contenuto derivino concretamente dal rapporto commerciale.
Perché il caso interessa anche i concessionari
Un concessionario non è necessariamente il soggetto destinatario del principio sul safe harbour.
La pronuncia, però, è rilevante per la gestione dell’intero ecosistema di comunicazione digitale.
Quando un brand opera con creator, publisher, comparatori o altri soggetti terzi, diventa ancora più importante conoscere:
chi produce il contenuto, chi lo approva, chi lo monetizza, attraverso quale piattaforma viene distribuito e quali controlli vengono effettuati prima e dopo la pubblicazione.
Per il settore del gioco regolamentato, dove le comunicazioni commerciali sono soggette a un quadro particolarmente restrittivo, la governance della filiera digitale diventa quindi parte integrante della compliance.
Non basta più distinguere tra piattaforma e contenuto
Uno degli aspetti più interessanti della decisione è proprio il superamento di una lettura puramente formale.
La domanda non è soltanto: chi ha caricato il video?
Occorre chiedersi anche quale ruolo abbia avuto la piattaforma nella relazione con il creator e quali informazioni abbia acquisito durante quella relazione.
È una distinzione particolarmente significativa nei modelli digitali basati su revenue sharing, programmi partner e monetizzazione dei contenuti.
Un sistema costruito per selezionare o valutare un partner commerciale può infatti fornire alla piattaforma informazioni che diventano rilevanti anche sul piano della responsabilità.
Il prossimo passaggio
La sentenza pregiudiziale vincola il giudice nazionale sull’interpretazione del diritto europeo, ma sarà il Consiglio di Stato a dover applicare quei principi alla controversia AGCOM-Google.
Per gli operatori del gaming online, il dossier merita quindi di restare aperto.
Il punto da osservare non sarà soltanto l’esito finale della causa, ma anche il modo in cui i principi della Corte verranno tradotti nella prassi italiana di controllo delle comunicazioni sul gioco.
Per concessionari, piattaforme e partner digitali il messaggio operativo è già chiaro:
la compliance dei contenuti non può essere separata dalla governance delle partnership attraverso cui quei contenuti vengono distribuiti e monetizzati.
Fonti
Corte di giustizia UE — comunicato ufficiale sulla causa C-421/24
EUR-Lex — pubblicazione nella Gazzetta ufficiale UE del 21 settembre 2026

